“L’Editto di Milano: initium libertatis”: questo il titolo del Discorso alla Città alla vigilia di Sant’Ambrogio con cui l’Arcivescovo ha aperto l’Anno Costantiniano

di Pino NARDI

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«Il nostro è un tempo che domanda una nuova, larga cultura del sociale e del politico. I molti frammenti ecclesiali e civili che già oggi anticipano la Milano del futuro sono chiamati a lasciar trasparire il tutto. L’insieme deve brillare in ogni frammento a beneficio della comunità cristiana e di tutta la società civile. Vita buona e buon governo vanno infatti di pari passo». Sono le parole conclusive del Discorso alla Città pronunciato dal cardinale Angelo Scola davanti alle autorità civili, religiose e militari, in un’affollata Basilica di Sant’Ambrogio, alla vigilia della festa del santo patrono. Un momento significativo in particolare quest’anno, perché segna l’apertura dell’Anno costantiniano. “L’Editto di Milano: initium libertatis” è infatti il tema affrontato dall’Arcivescovo.

Un discorso di ampio respiro che affronta i nodi della libertà religiosa, della laicità dello Stato e del futuro di una metropoli in grande trasformazione, che necessita della testimonianza pubblica dei cristiani.

Libertà religiosa e laicità dello Stato

«Con l’Editto di Milano emergono per la prima volta nella storia le due dimensioni che oggi chiamiamo “libertà religiosa” e “laicità dello Stato”. Sono due aspetti decisivi per la buona organizzazione della società politica – sottolinea il Cardinale -. Un’interessante conferma di questo dato si può trovare in due significativi insegnamenti di Sant’Ambrogio. Da una parte l’arcivescovo non esitò mai a richiamare i cristiani a essere leali nei confronti dell’autorità civile, la quale, a sua volta doveva garantire ai cittadini libertà sul piano personale e sociale. Veniva così riconosciuto l’orizzonte del bene pubblico a cui sono chiamati a concorrere cittadini e autorità».

Tuttavia l’editto di Milano rappresenta anche «una sorta di “inizio mancato”. Gli avvenimenti che seguirono, infatti, aprirono una storia lunga e travagliata. La storica, indebita commistione tra il potere politico e la religione può rappresentare un’utile chiave di lettura delle diverse fasi attraversatedalla storia della pratica della libertà religiosa».

Un punto di svolta è stato allora in epoca contemporanea l’insegnamento del Concilio. Afferma Scola: «La situazione cambiò profondamente con la promulgazione della dichiarazione Dignitatis humanae.Il Concilio, alla luce della retta ragione confermata e illuminata dalla divina rivelazione, ha affermato che l’uomo ha diritto a non essere costretto ad agire contro la sua coscienza e a non essere impedito ad agire in conformità con essa».

La situazione nel mondo

Sulla libertà religiosa parlano i dati drammatici della situazione nel mondo: tra il 2000 e il 2007 sono stati ben 123 i Paesi in cui si è verificata qualche forma di persecuzione religiosa. Il numero è in continuo aumento.

Scola individua allora alcuni nodi da sciogliere. «Il primo riguarda il nesso tra libertà religiosa e pace sociale. Non solo la prassi, ma anche diversi studi recenti hanno evidenziato come tra le due realtà esista una correlazione molto stretta». Secondo l’Arcivescovo, «più lo Stato impone dei vincoli, più aumentano i contrasti a base religiosa. Questo risultato è in realtà comprensibile: imporre o proibire per legge pratiche religiose, nell’ovvia improbabilità di modificare pure le corrispondenti credenze personali, non fa che accrescere quei risentimenti e frustrazioni che si manifestano poi, sulla scena pubblica, come conflitti».

Un secondo punto «ancor più complesso» è la connessione tra libertà religiosa eorientamento dello Stato nei confronti delle comunità religiose presenti nella società civile. «L’evoluzione degli Stati democratico-liberali è andata sempre più mutando l’equilibrio su cui tradizionalmente si reggeva il potere politico – riflette Scola -. Ancora fino a qualche decennio fa si faceva riferimento sostanziale ed esplicito a strutture antropologiche generalmente riconosciute, almeno in senso lato, come dimensioni costitutive dell’esperienza religiosa: la nascita, il matrimonio, la generazione, l’educazione, la morte».

«Che cosa è accaduto quando questo riferimento, identificato nella sua origine religiosa, è stato messo in questione e ritenuto inutilizzabile? – si domanda il Cardinale -. Si sono andate assolutizzando in politica delle procedure decisionali che tendono ad autogiustificarsi in maniera incondizionata. Ne è conferma il fatto che il classico problema del giudizio morale sulle leggi si è andato sempre più trasformando in un problema di libertà religiosa».

Quella malintesa “neutralità”

La questione si fa stringente: l’Arcivescovo attribuisce il presupposto teorico dell’evoluzione «al modello francese di laicité che è parso ai più una risposta adeguata a garantire una piena libertà religiosa, specie per i gruppi minoritari. Esso si basa sull’idea dell’in-differenza, definita come “neutralità”, delle istituzioni statuali rispetto al fenomeno religioso e per questo si presenta a prima vista come idoneo a costruire un ambito favorevole alla libertà religiosa di tutti. Si tratta di una concezione ormai assai diffusa nella cultura giuridica e politica europea, in cui però, a ben vedere, le categorie di libertà religiosa e della cosiddetta “neutralità” dello Stato sono andate sempre più sovrapponendosi, finendo così per confondersi».

Dunque una «laicité» che ha finito per diventare un modello «maldisposto» verso il fenomeno religioso. Perché? «Anzitutto, l’idea stessa di “neutralità” si è rivelata assai problematica, soprattutto perché essa non è applicabile alla società civile la cui precedenza lo Stato deve sempre rispettare, limitandosi a governarla e non pretendendo di gestirla. Ora, rispettare la società civile implica riconoscere un dato obiettivo: oggi nelle società civili occidentali, soprattutto europee, le divisioni più profonde sono quelle tra cultura secolarista e fenomeno religioso, e non – come spesso invece erroneamente si pensa – tra credenti di diverse fedi. Misconoscendo questo dato, la giusta e necessaria aconfessionalità dello Stato ha finito per dissimulare, sotto l’idea di “neutralità”, il sostegno dello Stato a una visione del mondo che poggia sull’idea secolare e senza Dio. Ma questa è una tra le varie visioni culturali che abitano la società plurale. In tal modo lo Stato cosiddetto “neutrale”, lungi dall’essere tale, fa propria una specifica cultura, quella secolarista, che attraverso la legislazione diviene cultura dominante e finisce per esercitare un potere negativo nei confronti delle altre identità, soprattutto quelle religiose, presenti nelle società civili tendendo ad emarginarle, se non espellendole dall’ambito pubblico».

Una società plurale che però di fatto viene egemonizzata da una cultura laicista: «Sotto una parvenza di neutralità e oggettività delle leggi, si cela e si diffonde – almeno nei fatti – una cultura fortemente connotata da una visione secolarizzata dell’uomo e del mondo, priva di apertura al trascendente. In una società plurale essa è in se stessa legittima ma solo come una tra le altre. Se però lo Stato la fa propria finisce inevitabilmente per limitare la libertà religiosa».

Quale strada allora imboccare per «ovviare a questo grave stato di cose»?

Un ripensamento e una sfida

Risponde Scola: «Ripensando il tema della aconfessionalità dello Stato nel quadro di un rinnovato pensiero della libertà religiosa. È necessario uno Stato che, senza far propria una specifica visione, non interpreti la sua aconfessionalità come “distacco”, come una impossibile neutralizzazione delle mondovisioni che si esprimono nella società civile, ma che apra spazi in cui ciascun soggetto personale e sociale possa portare il proprio contributo all’edificazione del bene comune».

Allora «la libertà religiosa appare oggi come l’indice di una sfida molto più vasta: quella della elaborazione e della pratica, a livello locale e universale, di nuovi basi antropologiche, sociali e cosmologiche della convivenza propria delle società civili in questo terzo millennio. Ovviamente questo processo non può significare un ritorno al passato, ma deve avvenire nel rispetto della natura plurale della società. Pertanto deve prendere l’avvio dal bene pratico comune dell’essere insieme».

Una Chiesa in trasformazione

Un tema molto caro a Scola si inserisce in questa riflessione:«La città di Milano e le terre lombarde sono e saranno sempre più abitate da tanti nuovi italiani (immigrati di prima, seconda e terza generazione). Saranno chiamate a fare i conti con il processo storico (sottolineo processo storico e non progetto sincretistico) di meticciato di civiltà e di culture, a mostrare la capacità di rispettare la libertà di tutti, di edificare il corpo ecclesiale e un buon tessuto sociale trasmettendo fede e memoria».

Infine, l’Arcivescovo guarda alla metropoli e alla Chiesa di Ambrogio «chiamata a un’opera di trasformazione della propria presenza nella società plurale. Superati i decenni della contestazione che annunciavano la fine di ogni forma pubblica del cattolicesimo, i cristiani possono testimoniare l’importanza e l’utilità della dimensione pubblica della fede. Il cattolicesimo popolare ambrosiano – che non è privo di profonde fragilità sia nell’assunzione del pensiero di Cristo che nella pratica sacramentale e del senso cristiano della vita – si mostra tuttavia capace di risorse innovative per il vivere sociale, inimmaginabili nelle previsioni di qualche decennio fa».