La testimonianza del vescovo pakistano monsignor Joseph Coutts al convegno dei Centri culturali cattolici sulla libertà religiosa e sui Paesi in cui i cristiani sono perseguitati a causa del loro credo

di Claudia ZANELLA

«Dobbiamo convivere e lavorare con persone appartenenti a diverse religioni e anche con coloro che non credono. Penso che ogni forma di estremismo religioso o ideologico sia la chiusura della mente e del cuore alla realtà intorno a noi. Preghiamo quindi per essere tutti testimoni di pace e riconciliazione in un mondo sempre più intollerante e violento». La testimonianza di monsignor Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi (Pakistan), sulla difficile situazione dei cristiani nel suo Paese, ha concluso l’incontro “La libertà religiosa. Testimonianza diretta della Chiesa che soffre”, svoltosi ieri sera presso l’Università degli Studi di Milano su iniziativa del Coordinamento dei Centri culturali cattolici della diocesi di Milano e di Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs).

Un messaggio di speranza, malgrado la drammatica situazione del Pakistan. Nelle intenzioni del suo fondatore Muhammad Ali Jinnah, il Paese avrebbe dovuto essere uno Stato democratico e tollerante verso ogni tipo di credo. Tuttavia, con il passare degli anni, i gruppi islamici si sono rafforzati e sono riusciti a far approvare leggi che hanno limitato la libertà di culto. L’avversione verso i cristiani è cresciuta durante le guerre in Afghanistan e dopo l’11 settembre 2001, momenti storici in cui molti jihadisti vennero addestrati in Pakistan, diffondendo tra i giovani l’idea che «i cristiani stessero portando avanti una crociata per umiliare i musulmani di tutto il mondo». Nonostante l’escalation di violenza ai danni della comunità cristiana, monsignor Coutts si è manifestato ottimista, invitando tutti a cooperare per rendere il mondo un luogo di pace e tolleranza.

Il convegno è stato aperto dal saluto di monsignor Giovanni Balconi, responsabile del Servizio per il Coordinamento dei Centri culturali cattolici: «Ci sembra giusto manifestare la nostra vicinanza ai fratelli che soffrono per la fede». Balconi ha ricordato come negli ultimi tempi si stiano registrando sempre più spesso episodi violenti e di intolleranza, che minano la pace tra i popoli e mettono in difficoltà le minoranze etniche e religiose. «Siamo persuasi che, nel nostro piccolo, possiamo offrire un aiuto fondamentale e contribuire alla pace fra i popoli e le religioni», ha sottolineato.

Massimo Ilardo, direttore di Acs Italia, ha ricordato che la libertà religiosa va di pari passo con la pace e la democrazia. In questo senso ha citato le parole di Giovanni Paolo II: «La difesa della libertà religiosa è la cartina di tornasole per verificare il rispetto di tutti gli altri diritti umani. Per capire fino a che punto sono garantiti tali diritti in un Paese, bisogna controllare fino a che punto è garantita la libertà religiosa». Ilardo ha quindi elencato diversi paesi in cui la persecuzione religiosa rende impossibile la pacifica convivenza tra i popoli, provocando ogni anno un flusso migratorio di profughi. Ha ricordato come in Cina sia stata ridotta la libertà religiosa e si sia quindi dovuto creare una Chiesa clandestina. Ha denunciato la situazione dell’Eritrea e della Repubblica Centrafricana, dove migliaia di persone sono state imprigionate e torturate per il proprio credo. Ha voluto inoltre evidenziare come, in Siria e in altri Paesi del Medio Oriente, i jihadisti cerchino di distruggere ogni minoranza religiosa, per trascinare con la forza il Paese verso un Islam integralista e fondamentalista. In tutti questi luoghi, dove non sono garantite libertà di culto e di espressione, «Aiuto alla Chiesa che Soffre si occupa dei bisogni della Chiesa spesso trascurata. Attraverso le nostre parole, vogliamo portarvi la voce di quanti, vivendo in questa situazione, vogliono essere ascoltati e non vogliono che la propria sofferenza venga ignorata».

Per Giulio Giorello, filosofo della scienza e docente presso l’Università degli Studi, «la difesa della libertà religiosa è un dovere di tutti e la libertà religiosa è un bene di tutti». Ha riportato il discorso sul fondamentalismo, sostenendo che non esiste una religione violenta, ma che sono gli individui a decidere se dare una forma oppressiva alla forma di pensiero o al credo a cui aderiscono. In questo senso, per Giorello, è erronea la credenza secondo cui, in Occidente, ci sarebbe una contrapposizione tra la religione e quello che lui definisce «uno spirito mondano post illuministico». Qualunque sia il credo, «la reale contrapposizione è tra i fanatici e quanti credono che il fanatismo sia una malattia mortale per la loro stessa causa».