L’intervento del professor Silvio Ferrari su “Laicità, pluralismo odierno, religioni”, nella seconda giornata del convegno “Religioni, Libertà, Potere”, che si conclude oggi all’Università Cattolica

di Loris CANTARELLI

Nella seconda giornata del convegno “Religioni, Libertà, Potere”, nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano, il professor Silvio Ferrari ha tenuto una sintesi efficace di chiarezza cristallina sul tema “Laicità, pluralismo odierno, religioni”. Dopo l’apertura su come si sia formata l’odierna idea di libertà religiosa, il docente ha poi spiegato vantaggi e limiti di questa nozione in Occidente, tracciando alcune piste per una laicità dello Stato che dia modo di vivere in una società giusta, inclusiva e solidale.

Punto di partenza inevitabile, le guerre di religione avvenute in Europa nel XVI-XVII secolo, dopo le quali non si è più potuto far appello al Pontefice come autorità super partes. Per porre termine a un conflitto, non si potè più usare la religione (anzi, questa era proprio fonte di divisione), ma si dovette cercare altro: dalla proposta di Grozio del diritto naturale che tutti uomini possono conoscere con l’uso della ragione, discese la necessità per tutti i settori di venire secolarizzati, con la vita pubblica da gestire «come se Dio non esistesse»: inevitabilmente il centro di gravità della religione si spostò nel privato. Le conseguenze di questa trasformazione hanno toccato la nozione stessa di religione: la riduzione politica e giuridica l’ha portata a essere meno associata alla pratica e ai simboli, per uno sviluppo più interiorizzato, verso una sua privatizzazione, nella sfera della coscienza e delle convinzioni, quindi invisibile. Questo processo è stato trasversale, dentro e fuori il Cristianesimo, non solo nel protestantesimo: una manifestazione pubblica potè così essere vietata, senza necessariamente ledere la libertà religiosa.

Sono quindi avvenuti due processi, profondamente interconnessi e complementari: la religione è stata emarginata dalla vita pubblica (giuridicamente) e si è ridefinito il concetto della scelta individuale nella sfera privata (teologicamente). L’affermazione del primato della coscienza personale, senza conseguenze negative sul terreno giuridico, pur essendo il classico apporto occidentale da offrire nel dialogo fra le civiltà (in altri Paesi non si è ancora superata la discriminazione dell’apostasia) non è però privo di limiti, emersi di recente con l’affermarsi di due eventi particolari.

Anzitutto si è registrata una crescita della diversità religosa, che ha modificato i rapporti di forza: è sempre più difficile definire che cos’è religione e cosa no, così come tracciare un confine fra espressioni religiose ed espressioni culturali (come nel caso del velo islamico, una volta considerato carattere etnico e oggi religioso). Inoltre è aumentata la visibilità delle religioni nello spazio pubblico, col timore di compromettere il rispetto dei principii di uguaglianza e libertà su cui è fondata la convivenza civile. Ben noti i due esempi più stringenti: il burqa è un elemento religioso che il diritto deve difendere o una discriminazione verso le donne che il diritto deve reprimere? E la circoncisione è una pratica religiosa riservata ai maschi o una lesione dell’integrità fisica di un minorenne?

A un certo punto ci si è quindi cominciato a chiedere se la libertà “occidentale” è davvero l’unico modo di concepirla, visto che in altre parti del mondo esiste qualcosa di diverso. Ferrari ha citato il proprio confronto con colleghi di Africa e Asia, secondo i quali lo Stato laico occidentale, per funzionare, presuppone questa idea “privatistica” della religione. Questi punti di vista esterni all’Occidente ritengono illusorio che lo Stato laico possa mantenere la pace con chi ha altre visioni. «Il fallimento della società globalizzata e multireligiosa è solo questione di tempo, dicono… Ma io non sono d’accordo, anche se che guardando l’Europa a volte si può pensarlo…».

C’è infatti chi ritiene la laicità «una filosofia di buona vita» che lo Stato deve insegnare ai suoi cittadini: siamo in una società frammentata, quindi solo la neutralità assicura la coesione sociale. Questo modello ha dei meriti, ma rende problematico il punto di osservazione super partes da cui qualcuno può decidere il comportamento di tutti.

Un altro modo più efficace di considerare la laicità – non filosofico, ma giuridico – è invece quello di mantenere l’imparzialità delle istituzioni per evitare che si privilegi chi professa la stessa fede di chi comanda. In questa visione di laicità, lo Stato non si propone di educare i cittadini, ma di regolare i loro rapporti: quindi insegnare più religioni a scuola (non una o nessuna), predisporre più mense differenti, riservare spazi precisi nei cimiteri, indossare simboli senza prevaricare…

Questa visione è meglio attrezzata ad affrontare le sfide della modernità, perché permette un più ampio sviluppo della società. Inoltre consente uno sviluppo più ampio della libertà di religione, non ridotta a un fatto privato, ma che traduce in pubblico i valori sottesi, contribuendo all’evoluzione della società.

«Il campo da gioco – ha concluso Ferrari – è quello racchiuso nel triangolo compreso fra libertà religiosa (la creatività da cui nasce tutto), società civile (il terreno in cui deve maturare il confronto nel pluralismo) e Stato laico (il rispetto delle regole dell’uguaglianza da ricavare mattoni per costruire il quadro giuridico rivolto all’interesse della collettività). Come tutte le partite, il risultato si saprà solo alla fine, ma è una partita che merita di essere giocata».