Nella Basilica di Sant'Ambrogio la celebrazione ecumenica presieduta dal Patriarca e dall’Arcivescovo, che nel pomeriggio, all'aeroporto di Malpensa, hanno avuto uno storico incontro con Tawadros II. «Per la nostra Chiesa - ha detto Scola salutando i due Patriarchi - è stato un onore potervi accogliere».

di Francesca LOZITO

Un momento di alta intensità spirituale, una preghiera comune in un luogo, la Basilica di Sant’Ambrogio, in cui la Parola parla anche attraverso la bellezza e la storia, in cui la venerazione delle reliquie dei santi della Chiesa indivisa diventa il momento più forte del comune sentire le stesse radici. Si è svolta con questo spirito, questa mattina, la celebrazione ecumenica che ha unito cattolici e ortodossi, presieduta da Sua Santità il Patriarca Bartolomeo I e dall’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola.

All’arrivo alla Basilica, il Patriarca, accompagnato dall’Arcivescovo, è stato accolto dall’Arcivescovo emerito di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi (col quale ha avuto luogo un saluto molto affettuoso), dall’Abate di Sant’Ambrogio, monsignor Erminio De Scalzi, e dai membri del Capitolo della Basilica e del Consiglio episcopale milanese.

Prima dell’inizio della liturgia il saluto di monsignor De Scalzi: «Oggi in questa Basilica accade qualcosa di memorabile: il successore di Andrea e il successore di Ambrogio pregano insieme l’unico Signore. Con questo gesto, nel terreno buono delle nostre chiese si mette un seme di riconciliazione e di speranza». «Andrea – ha proseguito monsignor De Scalzi – è il primo dei chiamati, il protocletos, colui che conduce altri a Gesù: suo fratello Pietro, il ragazzo dei 5 pani, quei greci che volevano vedere Gesù. Anche Ambrogio ci conduce a Gesù: ci sembra di sentire ancora la sua voce che in questo luogo diceva: “Cristo è tutto per noi”. Questa è la missione che accomuna le nostre Chiese: l’annuncio del Vangelo per portare i fratelli, soprattutto le nuove generazioni, all’incontro con Gesù».

Poi, i due canti,  eseguiti dal Coro bizantino del Conservatorio di Acharnes e dalla Cappella musicale del Duomo di Milano: il Salmo e il Canone pasquale ortodosso si sono intrecciati in un’unica preghiera, a cui è seguita la lettura degli Atti degli Apostoli e la proclamazione della Parola, con un brano del Vangelo di Giovanni, commentati dal Patriarca e dall’Arcivescovo.

L’esempio di Ambrogio e Costantino

Le parole di Bartolomeo hanno voluto sottolineare la sfida che chiama in tutte le epoche della storia coloro che non hanno paura della verità: «Costantino il Grande – ha detto – si è umiliato e, negata l’irragionevole uguaglianza a Dio che gli imperatori romani si attribuivano, ha preferito più di tutto la croce del Signore, il cui segno aveva visto nel cielo a mezzogiorno, prima della battaglia. Così ora riscuote la gioia piena e la gloria nello stesso luogo in cui si trova il Corpo risorto, incorruttibile e glorificato del Dio-Uomo, il Signore Gesù. Non nella Costantinopoli corruttibile e terrena, ma nella città celeste dei primogeniti, insieme a coloro che hanno vissuto la verità evangelica col martirio, sia secondo il sangue, sia secondo lo spirito. Proviamo oggi – ha proseguito il Patriarca – tutti una grande gioia incontrandoci in questa Basilica dove sono custodite le venerate reliquie di Sant’Ambrogio, davanti alle quali avremo la benedizione di pregare».

L’esempio di Ambrogio, pastore «amante dell’opera di Cristo», dunque, ha portato Bartolomeo a gettare uno sguardo sull’oggi in cui, «nonostante gli apparenti progressi circa il rispetto dei diritti umani, le persecuzioni contro i cristiani non sono cessate. Con grande afflizione vediamo anche oggi cristiani di tutte le confessioni perseguitati in molti luoghi, ritenuti nemici della società e dello stato, non tollerati da un gran numero di Paesi e legislazioni, costretti a bere il calice dell’amarezza e spesso del martirio: tutto per il solo fatto di essere cristiani». Poi una apertura di speranza: «Gli eventi dell’umanità e il corso del mondo, le guerre e i disordini, l’ingiustizia e la mancanza di sicurezza personale non ci fanno paura».

«Non cessiamo di pregare, di augurarci e di chiedere che tutti comprendano che la rappacificazione, la riconciliazione, la tolleranza, la mitezza, la clemenza – virtù che onoravano Sant’Ambrogio – possano avere riscontro positivo nella società, con le parole e con i fatti – ha esortato il Patriarca -. Fino a quando questo non accadrà, la Chiesa di Cristo non cesserà di generare martiri, essendo Chiesa di eroi e atleti nella fede del Signore. E non cesserà di generare martiri nello spirito».

Un desiderio che diventa «richiesta di tutti gli uomini» e che trova «il suo significato reale nella fede rivelata in Cristo. E nella Chiesa: divisa, ma in cammino verso l’unità, secondo il comando del Signore». E la conclusione: «Non abbiamo paura di resistere alla corrente della globalizzazione distruttiva e agli attuali stili di vita materialistici: viviamo secondo i comandamenti del Santo Vangelo comportandoci con saggezza e in santificazione continua».

Dalla Trinità una comunione d’amore

Secondo l’Arcivescovo, le parole che Gesù rivolge a Dio dopo l’Ultima Cena («Padre, è venuta l’ora») «racchiudono in estrema sintesi le verità essenziali della nostra fede: la Trinità e la Pasqua». «La Santa Trinità ha voluto, in modo del tutto libero e gratuito, rendere partecipi gli uomini della propria comunione di amore – ha sottolineato il Cardinale -, amandoli nel Figlio prima della creazione del mondo». E noi, grazie al «dono inestimabile» del Battesimo, «siamo resi partecipi della Vita divina in forza dell’obbedienza umana del Figlio e della benevolenza divina della Trinità».

La preghiera di Gesù è allora riferita a una unità – «come Tu Padre sei in me e io in Te» – che è «il dono a cui partecipiamo in forza della nostra incorporazione sacramentale a Cristo. Un’unità a cui siamo quotidianamente conformati attraverso la partecipazione alla Santa Eucaristia. Da qui scaturisce quell’amore ai fratelli uomini così ben descritto dal quinto inno bizantino preceduto dal Gloria: “Diciamo fratelli anche a quelli che ci odiano, perdoniamo tutto a causa della risurrezione”». Scola ha manifestato la vicinanza di tutta la Chiesa ambrosiana a Bartolomeo, che nei giorni immediatamente precedenti la visita a Milano è scampato a un attentato mortale.

Il Cardinale ha poi concluso affermando che «ogni giorno siamo più consapevoli della ferita che implica la mancata unità tra i cristiani. Essa dice la nostra fragile accoglienza del dono della Trinità che ci precede. La nostra preghiera, pertanto, non può che essere supplica ardente perché lo Spirito porti a pienezza il disegno del Padre compiutosi in Cristo», ricordando al proposito un passaggio della Lumen Gentium.

Al termine della celebrazione il Patriarca e il Cardinale sono scesi nella cripta per la venerazione delle spoglie di Sant’Ambrogio e dei Santi Gervaso e Protaso. Una capsella, contenente reliquie di Ambrogio, Gervaso e Protaso, è stata donata dall’Arcivescovo al Patriarca, come segno forte di questo momento di incontro nel nome dei santi della Chiesa indivisa. All’uscita dalla Basilica i fedeli ortodossi presenti hanno raggiunto e circondato Bartolomeo, cantando coralmente inni religiosi e chiedendo la sua benedizione personale. Il Patriarca si è intrattenuto con loro salutandoli.

Il cardinale Scola ha annunciato che dal 31 gennaio al 2 febbraio 2014 guiderà una delegazione ambrosiana al Fanar, sede del Patriarcato di Costantinopoli (Istanbul), accogliendo così l’invito rivoltogli del Patriarca. Ha detto l’Arcivescovo: «Vogliamo ricambiare questa visita a Milano del Patriarca Bartolomeo e approfondire l’unità e la comunione di pensiero tra le nostre due Chiese. Intendiamo così mostrare la risorsa che le nostre Chiese rappresentano nell’edificazione del bene comune, soprattutto nella società plurale, perché la ricerca dell’unità si basa sulla testimonianza reciproca e ci costringe a superare ogni tentazione di egemonia. Proprio di fronte a questo problema si trovano oggi le società plurali che hanno bisogno di filia, di amicizia civica, non di egemonia».